Cinema e teatro: “La forza della mente”

Daniela Scala

AORN A Caldarelli, Napoli
sdaniela2000@yahoo.com

Care colleghe, cari colleghi,

in questo numero della rubrica vi propongo Wit - La forza della mente (in italiano) - un film del 2001 scritto e diretto da Mike Nichols tratto dal dramma di Margaret Edson- Wit - premio Pulitzer per il teatro 1999. Wit si presta bene ad essere utilizzato in un corso di Medical Humanities/Medicina Narrativa poiché offre numerosi spunti di riflessione. Come sottolinea la Edson “studiare teatro è il modo migliore per sperimentare come è essere/interpretare qualche d’un altro; come è mettersi nei panni altrui.” La Edson conclude che introducendo la drammaturgia e la recitazione nel curriculum dei professionisti della salute, gli studenti possono essere stimolati a diventare ascoltatori migliori e professionisti della salute più empatici.

“Morte, non essere fiera,

pur se taluni ti abbiano chiamata terribile e possente,

perché tu non lo sei;

che quei che tu credi di travolgere,

non muoiono, povera morte, né tu puoi uccidere me.

tu schiava del fato, del caso, di re, e di disperati

tu che ti nutri di guerre, veleni e malattie,

oppio e incantesimi ci sanno addormentare ugualmente

e meglio di ogni tuo fendente; perché dunque ti insuperbisci?

trascorso un breve sonno, veglieremo in eterno.

e morte più non sarà, morte tu morrai”.

John Donne. Sonetto n.6

Wit è un film intenso, che mette in scena una vicenda molto forte e lo fa attraverso un linguaggio altrettanto forte, alternando lunghi monologhi della protagonista, che parla dietro l’obiettivo direttamente alla telecamera confessando, riflettendo, e anche prendendosi gioco dello spettatore, (con parziale rottura della finzione cinematografica), a una resa di tipo classico delle sequenze che mostrano l’ambiente circostante alla protagonista e le sue interazioni con esso.

“La forza della mente” mette in gioco non solo l’intensa esperienza degli ultimi stadi di una malattia devastante ma va oltre, toccando molti punti: a partire dalla storia personale della paziente, Vivian Bearing, straordinariamente interpretata da Emma Thompson, insegnante e grande ricercatrice universitaria di letteratura inglese, specializzata sulla poesia metafisica di John Donne, che si ritrova impotente e mortificata di fronte alla malattia e alla freddezza dei ricercatori medici, colleghi in un certo senso, che stanno sperimentando su di lei con l’unico scopo di raccogliere dati.

Una rappresentazione molto dura dell’asettica ricerca medica, il cui scopo e le cui necessità non prevedono di coltivare contatti umani. La triste landa deserta della solitudine totale, alleviata solo dalla presenza di un’infermiera, unico essere umano che nella sua semplicità mostra un poco di empatia e di rispetto verso quella che è ancora una persona.

I momenti significativi della storia personale della protagonista vengono rievocati tramite flash-back molto particolari: pochi episodi, ma che segnano una vita. E che ora vengono letti sotto un’altra veste. Una vicenda tutta individuale che diventa universale nel rappresentare l’uomo di fronte alla malattia e alla morte, alle proprie sicurezze che diventano insicurezze e ai propri “se potessi tornare indietro”, ma anche a quei ricordi, a quei momenti luminosi dell’animo, che hanno dato un senso a un’intera esistenza.

L’inquadratura iniziale del film mostra il prof. Kelekian, oncologo di fama, che a tutto schermo incombe minaccioso sulla professoressa Bearing. La comunicazione di diagnosi è semplice e immediata. “Lei ha un cancro”. Queste sono le prime parole del film. Dopo la comunicazione della diagnosi, un carcinoma ovarico allo stato avanzato, l’oncologo procede con una dettagliata spiegazione della situazione clinica e dell’intervento consigliato: una chemioterapia ancora in fase sperimentale, che avrà effetti secondari molto seri, ma che allo stadio attuale è il solo trattamento possibile. Per reclutare la paziente nella sua casistica, l’oncologo utilizza una comunicazione di elevata qualità scientifica, parlando da studioso a studiosa, da professore universitario a collega: una falsa situazione di parità che permette all’oncologo di “agganciare” facilmente la paziente. Kelekian dice: “Lei è una professoressa. Signorina Bearing “, e la risposta della Bearing sottolinea l’analogia: “Come lei, Dr. Kelekian”. La collusione tra Bearing e Kelekian è evidente quando entrambi sottolineano la loro precisione, il loro rigore lamentandosi di quanto queste manchino nei loro studenti. (Video 1)

Nel giro visita, Kelekian sembra strizzare l’occhio a Vivian, condividendo con lei il suo stupore per quello che i giovani medici trascurano di notare: “Perché sprechiamo il nostro tempo Dr.ssa Bearing?” chiede, e Vivian risponde, “Non lo so. Dr. Kelekian”. Nella stessa scena, si complimentano con Dr. Jason Posner per la sua “ottima conoscenza dei dettagli”. La collusione è facilitata dal fatto che la medicina e la vita accademica sono caratterizzate dalla ricerca della conoscenza, una caratteristica nobile, priva di conseguenze pericolose. Come studiosa, Vivian condivide l’immenso rispetto per la conoscenza e l’impersonalità che essa comporta. Quando Kelekian propone a Vivian il trattamento, le dice: “Questo trattamento è la cosa più forte che abbiamo da offrirle. E darà un significativo contributo alla ricerca, alla conoscenza”. Vivian è d’accordo e aggiunge “La conoscenza, sì”.

Verso la fine del film e della vita di Vivian, Susie Monahan, l’infermiera sensibile dello staff, affronta la discussione su cosa Vivian preferisce fare in caso di arresto cardiaco: attivare il codice blu per la rianimazione (full code) o l’“ordine di non rianimare” (do not resuscitate orders - DNR). Susie spiega che i medici preferiscono il primo perché “... vogliono sapere sempre più cose.” La risposta immediata di Vivian è “Io ho sempre voglia di sapere altre cose”, anche se poi decide di rifiutare la rianimazione. Nonostante la scelta del DNR quando Jason la trova morta chiama il codice blu: sarà Susie che lo impedirà facendo rispettare la volontà di Vivian. (Video 2)

La collusione tra Vivian e i medici, ricercatori della conoscenza, subisce un duro colpo nella scena in cui a causa dell’ansia, Vivian non riesce più mantenere il suo ruolo professionale-intellettuale.

Vivian chiede al Dr. Jason maldestro, goffo, ricercatore, studente di Vivian in passato, quanto sia affascinato dal cancro, e quanto si affezioni ai pazienti. Mentre lei cerca a tentoni il contatto umano, Jason sconsideratamente parla di “bedside manners”, delle buone maniere al letto del paziente, come di un “colossale spreco di tempo per i ricercatori”, e definisce “il contatto con gli esseri umani” come “deprecabile necessità”. Il che significa che nonostante Jason dica ai pazienti che proverà dispiacere per la loro morte, non necessariamente sentirà dolore. Vivian, che abitualmente non tollera il sentimentalismo, è molto titubante in questa scena molto carica emotivamente, e Jason prende la sua esitazione come un sintomo di perdita di memoria a breve termine, e le chiede: “Professoressa Bearing, chi è il presidente degli Stati Uniti?” (Video 3). La discrepanza momentanea tra i due professionisti in precedenza simili non poteva essere maggiore. La somiglianza, tuttavia, è presto ristabilita quando Vivian riflette sulla recente dissimmetria come una questione di posizione strutturale e temporale. Subito dopo l’uscita di Jason, spiega allo spettatore: “Il giovane medico, come lo studioso, preferisce la ricerca all’umanità. Allo stesso tempo lo studioso, nel suo patetico stato di vittima, desidera che il giovane medico abbia più interesse per il contatto personale”. Ora vedremo, attraverso una serie di flashback, come lo studioso negò spietatamente ai suoi studenti il tocco di bontà umana che ora cerca. E infatti la scena cambia dall’ospedale all’interno di una classe dove Vivian critica freddamente i suoi studenti di mancanza di precisione, rigore e cinicamente rifiuta ad uno di essi un prolungamento per la consegna di un compito, considerando la morte della nonna un evidente pretesto e mantenendo un atteggiamento ironico nei confronti la classe. In breve, il suo atteggiamento verso gli studenti non è diverso dall’ atteggiamento che i medici hanno con lei. (Video 4)

Questa “somiglianza” insegna dolorosamente a Vivian l’arte di vivere e di morire. All’inizio del film a proposito dei suoi otto mesi di chemioterapia, dice: “È altamente educativo. Sto imparando a soffrire”.

Il film si muove tra due spazi fisico-istituzionali: l’Ospedale e l’Università. L’ospedale è caratterizzato principalmente da spazi esigui, limitati e limitanti. Una volta dentro, anche quando Vivian è ancora in grado di camminare da sola, è trasportata, da una divisione all’altra per i vari trattamenti, obbligatoriamente in una sedia a rotelle. Man mano che il film procede, il suo spazio vitale si riduce sempre più: da una stanza di degenza ad una stanza di isolamento, e, verso la fine della sua vita, ad una parte del letto dove giace rannicchiata distrutta dal dolore. A questa costrizione legata al ricovero e a tutti i trattamenti sperimentali cui è sottoposta, Vivian contrappone l’intelligenza della sua mente (Wit) e afferma la sua libertà ricordando scene della sua carriera di studente, insegnante, e studiosa. Questi flashback creano una costante oscillazione tra i due mondi, corrispondenti alle due dimensioni temporali. Questi mondi sono contrapposti anche per il fatto che l’ospedale si occupa della vita del corpo, mentre l’Università della vita della mente.

L’essere malata e l’essere ricoverata in ospedale mette la paziente in una posizione di inferiorità, strappandole di dosso l’identità personale e professionale che Vivian aveva nel suo ex mondo. Questo processo è sottolineato nelle prime battute del film tra Vivian e un tecnico di radiologia. (Video 5)

Questa scena è relativamente umoristica; in un momento successivo Vivian trova questa posizione difficile da tollerare: “Una volta insegnavo, ora sono oggetto di studio”. Lei che era abituata a condurre seminari adesso è diventata oggetto di studio.

Wit va oltre la storia di un individuo alle prese con un trattamento sperimentale contro il cancro e, nello stesso tempo con la sua umanità. Il film descrive anche le interazioni/relazioni della protagonista (o la mancanza di interazioni) con l’equipe medica, in particolare con il Dr. Harvey Kelekian, il Dr. Jason Posner e l’infermiera Susie Monahan

Nel giro visita Kelekian e gli specializzandi discutono gli effetti collaterali presenti e previsti davanti a Vivian, senza prestare attenzione all’ansia che questo può causarle. È interessante notare che tutti non evidenziano un effetto collaterale che dovrebbe essere palesemente chiaro: la sua calvizie. Non lo notano perché recitano i sintomi memorizzati dai libri, senza guardare la persona di fronte a loro. Inoltre, Kelekian spesso esorta Vivian a “continuare a spingere i fluidi” (nella versione inglese) come se fosse una macchina e non una persona. Al culmine di questa alienazione, tuttavia, una somiglianza con il mondo accademico emerge. Vivian nota, infatti, che “sono pieni di sottomissione, la gerarchia è rispettata, la rivalità sublimata” e aggiunge “mi sento come a casa. È come un seminario per laureati”. L’ospedale e l’università, entrambi spazi istituzionalizzati, sono entrambi caratterizzati da gerarchie, da disuguaglianze, da distanza. (Video 6)

Se Vivian in precedenza si era lamentata circa il passaggio dall’insegnare ad essere oggetto di studio, ora si rende conto che c’è stata un’ulteriore evoluzione: ora è lei che sta imparando. Con il procedere del film, Vivian ha continui insight, rivelazioni, illuminazioni, sul significato dell’essere umano; comprende l’importanza di fare meno affidamento all’intelligenza della mente riconoscendo il ruolo importante, la forza delle emozioni.

La maggior parte di noi è a conoscenza della regola d’oro (tratta gli altri nel modo in cui tu desideri essere trattato), l’autrice, la Edson, suggerisce una nuova regola, la regola di platino (tratta gli altri nel modo in cui vogliono essere trattati). L’infermiera Susie Monahan, costantemente in contrasto con il resto dell’equipe, sembra incarnare questa regola nell’adattamento cinematografico di Wit. Susie fa compagnia a Vivian nei momenti di solitudine, la conforta nei momenti di ansia, le porta un ghiacciolo per aiutarla a combattere la disidratazione causata dalla chemioterapia. Come tutto il film, questa manifestazione di umanità non viene presentata acriticamente. C’è un lato sentimentale, a cui Vivian reagisce con repulsione: “Ghiaccioli?” Tesoro? “Non posso credere che la mia vita sia diventata così ... banale”. Tuttavia, alla fine questa repulsione si trasforma in accettazione: “Ora non è il momento per una scherma verbale, per voli improbabili della fantasia e prospettive selvaggiamente mutevoli, per presunzione metafisica, per la mente. [...] Ora è il tempo della semplicità. Ora è il momento per, oserei dire, la gentilezza”. (Video 7)

Piuttosto che usare un approccio disumanizzante o paternalistico, Susie entra in empatia con Vivian; è capace di anticipare le esigenze della sua paziente, e di soddisfarle nel modo in cui lo desidera la stessa Vivian.

Considerando il tema della interazione umana, Wit sollecita la seguente domanda: come approcciamo i nostri pazienti? Può una semplice scelta delle parole effettivamente influenzare la relazione al punto da avere un impatto/effetto sui risultati terapeutici?

In una delle scene introduttive del film, Dr. Kelekian si rivolge alla Bearing come Dr. Bearing piuttosto che usare il suo nome di battesimo. Questo atto di rispetto professionale è un silenzioso riconoscimento del rigore dei loro rispettivi campi di interesse, della loro condivisa dedizione per lo studio e ciò crea un’intimità collegiale che guida il loro rapporto in tutto il film. Al contrario, l’infermiera Susie inizia il suo rapporto con la Bearing utilizzando rispettoso approccio “Signorina Bearing”.

Solo quando la vita della professoressa Bearing sta volgendo al termine l’infermiera Susie utilizza il più significativo e intimo “Vivian.”
Una delle difese di Vivian contro la costrizione spaziale, l’umiliazione emotiva che sperimenta in ospedale e la concomitante riduzione della sua vita fisica è quello di evocare spazi fatti di parole, che le permettano di entrare nei testi che costituiscono il suo mondo culturale e metafisico.

Il linguaggio manifesta tutto il suo splendore nel principale testo di Wit il Sonetto n.6 di John Donne (the Holy Sonnets. To Death), che trasporta Vivian al di là dei confini dell’ospedale e del suo corpo.

Un flashback particolarmente significativo è quello subito dopo la comunicazione della diagnosi quando Vivian acconsente a partecipare al trattamento sperimentale propostole dal Dr. Kelekian. Questo è il primo momento di passaggio della professoressa Vivian Bearing da una posizione di comfort, quella della sua identità di dottore in filosofia, studiosa di poesia del Seicento “che ha” dato un inestimabile contributo alla disciplina, ad una posizione sconosciuta e scomoda, quella del paziente. Vivian contestualizza questo disagio ricordando l’incertezza che aveva provato come studentessa con la professoressa Ashford, nota studiosa della poesia metafisica. Utilizzando una traduzione del Sonetto n.6 di John Donne che riportava una non autentica punteggiatura, Vivian interpreta erroneamente l’ultima linea del sonetto: E Morte più-non sarà; Morte, tu morrai! ed è rimproverata dall’illustre professoressa. In quest’edizione non autentica, la poesia è scandita da un punto e virgola, mentre nell’edizione “autentica” utilizzata dalla Ashford, la poesia usa semplicemente una virgola. Questa differenza apparentemente banale nella punteggiatura produce una profonda riflessione sul tema principale del film ed è ben articolata dalla professoressa Ashford:

“Solo un respiro, una virgola, separa la vita da quella che è la vita eterna. È molto semplice.
Ripristinando la punteggiatura originale, la morte non è più qualcosa... che gesticola su di un palcoscenico coi punti esclamativi. È una virgola. Una pausa. In questo modo, senza compromessi, s’impara qualcosa da questa poesia, non crede? La vita, la morte, l’anima, Dio, il passato, il presente. Non barriere insuperabili, non un punto e virgola, solo una virgola.” (Video 8)

La riflessione della professoressa Ashford descrive proprio la lotta di Vivian con la sua umanità e la sua mortalità. Ha lavorato così duramente per nascondere la sua vulnerabilità che passare in uno stato in cui deve ammettere la sua debolezza e la sua umanità le sembra un ostacolo insuperabile paragonabile al punto e virgola di cui discute la professoressa Ashford.

Quando inizia il trattamento, Vivian vede la morte e la debolezza come avversari contro cui deve combattere. Anche se ha dovuto lasciare il suo lavoro come insegnante, ha dolore, ed è sola, Vivian mantiene un’apparente forza attraverso l’intelligenza della sua mente. È solo alla fine del film, dopo che è stata quasi completamente distrutta, che trova un momento di chiarezza e si rende conto che la “barriera insuperabile”, quella con la quale è stata alle prese per tutta la sua vita e per tutto il trattamento è una semplice virgola, un semplice riconoscimento della propria umanità attraverso la cruda vulnerabilità.

Il momento di chiarezza non né grande né epico. In effetti, è un momento semplice dipinto con un tocco di infanzia. In questa scena, che si svolge verso la fine del film, la professoressa Ashford fa una inaspettata visita a Vivian. Una lieve, pacifica melodia tipo ninna nanna si sente in sottofondo. Poco dopo l’arrivo del suo vecchio mentore, Vivian tira letteralmente un respiro, si ferma, e passa dal suo stato protetto, isolato ad uno in cui è completamente esposta. Questo momento si verifica quando Vivian ammette, dopo una pausa e poi una lunga espirazione, “Mi sento così male” e lascia scivolare una lacrima.

Per tutta la scena Vivian è completamente esposta alla sua vulnerabilità: non c’è posto per manifestazioni di intelligenza e forza della mente. Vivian, Invece, piagnucola, e permette alla professoressa Ashford di confortarla. Pensando che Vivian trovasse conforto, come sempre, nei classici, la Ashford si offre di recitare uno dei sonetti di Donne. Ma ora che Vivian è vulnerabile, senza finzioni o facciate da mantenere, rifiuta l’offerta e accetta invece con piacere la lettura del libro per bambini il coniglietto fuggiasco. (Video 9)

Il linguaggio di Vivian in questa scena è molto scarno: prima geme per il dolore e poi ammutolisce. Questo momento di vulnerabilità è direttamente correlato alla sua morte. Nella scena che segue, il dottor Posner scopre che Vivian è morta. Non vi è alcun passaggio tra la scena con la Ashford e la scoperta del cadavere di Vivian. In realtà, proprio come la riflessione della professoressa Ashford sulla virgola e la morte, Vivian, dopo il suo momento di vulnerabilità, passa dalla vita alla morte fuori dallo schermo, (la morte non è agita sul palco o nel film) senza dramma. È solo dopo aver accettato la sua umanità e la sua debolezza che Vivian può anche accettare la sua mortalità. (Video 10)

Wit non è una storia di sopravvivenza. Il film scredita la solita favola di rimanere forti durante il trattamento del cancro, superare le statistiche, e sopravvivere. È una storia di riparazione e rinnovamento dell’individuo non attraverso il trattamento del corpo devastato dal cancro, ma diventando vulnerabili in un percorso di riconoscimento e ammissione delle proprie debolezze, e, più difficile in assoluto, lasciando il potere del controllo. Alla fine, lo spettatore resta con la sensazione che il personaggio principale sia “guarito, non curato”.

to be continued…

BIBLIOGRAFIA

Larson S.A. Wit – A Film Review, Analysis and Interview with Playwright Margaret Edson Wit – A Film Review, Analysis and Interview with Playwright Margaret Edson. J HUm Rehabilitation 2015.

Shiomith Rimmon-KenanMargaret Edson’s Wit and the Art of Analogy. Style: Volume 40, Number 4, Winter 2006.

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